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23 Maggio 1992. Ricostruiamo insieme il ricordo di Giovanni Falcone

A 21 anni dalla sua morte, restano ancora irrisolte alcune importanti domande

di Claudia Guarino
cronaca | Sono passati 21 anni dalla Strage che, nel Maggio del ‘92, pose fine alla vita di Giovanni Falcone, magistrato di punta dell’epoca nella lotta alla mafia, eppure restano ancora irrisolte alcune importanti domande che un paese solito nell'autoproclamarsi “civile” come il nostro, non può certamente permettersi il lusso di avere. 

Falcone doveva morire prima - I successi conseguiti grazie all’opera di repressione condotta dal pool investigativo antimafia - nato per volontà del consigliere istruttore di allora, Rocco Chinnici, e portato a compimento il 16 Novembre 1983 dal suo successore Antonino Caponnetto - misero certamente a rischio la vita del giudice Falcone: fu questa una delle cause che condussero alla sua condanna a morte. 

Il primo serio tentativo di eliminazione avvenne proprio nel giugno del 1989, quando a qualcuno, e non si sa come, trapelò la notizia che Giovanni Falcone, aveva intenzione di far fare un bagno a dei colleghi svizzeri, Carla Maria del Ponte e Claudia Lehman, presso la propria casa di villeggiatura dell’Addaura, durante una pausa pranzo. 
I magistrati svizzeri si trovavano a Palermo per indagare sul traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro sporco tra la Sicilia, la Svizzera e gli Stati Uniti. Il Giudice, in quell'occasione, fu oggetto di un fallito attentato ordito nei suoi confronti, non solo da soggetti che vedremo poi essere coinvolti nell’eccidio di Capaci, ma anche da altre cosiddette “menti raffinatissime” scontente certamente dell’operato fin lì condotto da Falcone. Ed infatti, nessuno, se non i diretti interessati, nonché ovviamente gli uomini addetti alla sicurezza, era a conoscenza circa le intenzioni del giudice ma, ciononostante, la polizia, presente sul posto e addetta a svolgere la c.d. “bonifica” del luogo, si accorse di una borsa da sub presente fra le rocce sottostanti la casa di Falcone. All’interno della borsa sospetta, adiacente al punto di accesso al mare, risultò essere presente un ingente quantitativo di candelotti di dinamite, pronto a saltare in aria nel momento in cui i giudici fossero stati presenti nei pressi della scogliera. 

 Al giornalista dell’Unità, Saverio Lodato che lo intervistò nell’imminenza dei fatti, Falcone, preoccupato, parlò di “menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia – disse - Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione – spiegò - che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. 
Falcone lasciò intendere come in questo caso Cosa Nostra non agì affatto da sola ma, probabilmente, con l’aiuto di “elementi esterni” ad essa.  I suoi “nemici”, infatti, si trovavano sia all’interno della procura che della magistratura. Ma anche nell’opinione pubblica stessa, la quale sosteneva pure come egli “se lo era organizzato da solo, per farsi un po’ di pubblicità!”, tentando in questo modo di screditare ulteriormente la buona immagine ed il buon operato che tutto il mondo riconosceva al giudice Falcone. 
Non è infatti, un eufemismo dire che Giovanni Falcone allora fosse il migliore, come tale, più esposto magistrato al mondo - tanto che l’anno scorso nell’occasione del ventennale della Strage di Capaci anche la home page del sito del FBI omaggiava il compianto Falcone per l’enorme contributo fornito nella “lotta globale al crimine organizzato”. 
Nell’ottica delle perplessità esposte da Falcone, non certamente secondario appare, dunque, l’ “errore” compiuto dall’artificiere Maresciallo Tumino che disinnescò l’ordigno facendolo esplodere in modo tale da cancellare ogni prova presente sul luogo. 

Un appuntamento rinviato: l’”attentatuni” – Soltanto tre anni dopo quel misterioso evento dell’Addaura, un altro imprevisto, questa volta fatale, attendeva Giovanni Falcone – accompagnato in quell’occasione dalla moglie Francesca Morvillo - e la sua scorta. 
Fu l’ultima volta che vide la sua Sicilia dall’alto, dall’aereo che lo riportava da Roma – dove viveva in quel periodo per esercitare l’incarico di direttore degli affari penali al Ministero di Grazia e Giustizia - a Palermo, probabilmente per trascorrere un weekend di riposo. 
 Alle 17:43, il Falcon 200 dei servizi segreti, che trasportava il giudice e la sua scorta, atterra all’aeroporto di Punta Raisi. Proprio in quel momento, il basista Gioacchino La Barbera chiamava Giovanni Brusca, per comunicargli dell’arrivo dei bersagli da colpire, utilizzando la frase criptica “tutto apposto”. 
 Tredici minuti dopo, alle 17:58, l’Istituto Nazionale di Geofisica di Monte Cammarata registra uno smottamento della terra. Non si tratta del terremoto, ma di una fortissima esplosione, provocata da ben 400 chili di tritolo, che scava un cratere profondo quasi quattro metri nell’autostrada Palermo-Punta Raisi, all’altezza dello svincolo per Capaci, spezzando le vite di Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta, Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Eccolo l’”attentatuni”, il piano di morte programmato per l’uccisione del giudice antimafia Giovanni Falcone, che ha lasciato un’Italia sgomenta di fronte a un gesto di una ferocia inaudita. 

La misteriosa sparizione del databank di Falcone – Come nel caso della famosa agenda rossa del giudice Borsellino - di cui non si ebbero più notizie dopo l’attentato che lo uccise in via D’Amelio, il 19 luglio dello stesso anno della strage di Capaci – anche attorno all’attentato che tolse la vita a Falcone, si pongono alcuni interrogativi, fra i quali: Chi, mentre Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo morivano in ospedale, e la Procura di Caltanissetta disponeva il sigillo sia degli uffici che dell’abitazione del giudice, si introdusse nella sua casa di Roma facendo sparire, per un certo periodo di tempo, il databank Casio in cui Falcone annotava appunti e considerazioni? 
Chi lo manomise e lo fece ritrovare successivamente, nel suo studio in via Arenula, al ministero di Giustizia, alla fine del mese di giugno? 
Per quale motivo si lasciarono, volutamente, le tracce di una manomissione al databank? 
Il consulente della Procura di Palermo Gioacchino Genchi, sentito al processo, fornì la seguente ipotesi: “Bisogna bilanciare la malafede, l’incapacità o la volontà di dissimulare simulando, perché a volte ci si può fingere estremamente imbecilli per far sembrare tutto quello che si fa come frutto di un’attività puerile”. 

Il “pizzino” dei Servizi segreti rinvenuto sul luogo della strage – Da chiarire anche un altro dei tanti elementi misteriosi di questo tragico evento: il ritrovamento, tre giorni dopo l’esplosione, di un bigliettino con su scritto: “Guasto numero 2 portare assistenza settore numero 2.GUS, via Selci numero 26, via Pacinotti” seguito da un numero di cellulare 0337/806133. Intestatario del numero era un tale “Lorenzo Naracci, funzionario appartenente al Sisde, servizio segreto civile”. “L’ipotesi di una convergenza di interessi di settori deviati dei servizi segreti – scrive il pm Tescaroli nella sua requisitoria – viene corroborata dal rinvenimento di questo bigliettino”, tuttavia “ci si deve chiedere, in effetti: come mai un biglietto con un’annotazione relativa al nome e alla sede di una società del Sisde, nonché ad un numero telefonico di un funzionario appartenente alla medesima struttura siano stati rinvenuti in quel luogo proprio nella immediatezza dell’eccidio? Quando, da chi e per quale motivo è stato fatto ritrovare quel sito?” 
Domande che ancora sono in attesa di una risposta, per fare giustizia, per onorare la vita e il sacrificio di uomini che hanno sacrificato se stessi per la legalità.
L'Italia non dimentica.
 
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