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I porti di Palermo e Termini Imerese in mano a Cosa Nostra

Scatta un sequestro di 30 milioni di euro

di Natalia Librizzi
cronaca | Le indagini della Procura Distrettuale Antimafia di Palermo e della Direzione Investigativa Antimafia del capoluogo siciliano hanno portato al sequestro – dal valore di 30 milioni di euro – delle società di servizio dei porti di Palermo e Termini Imerese. 

Le società indagate per mafia -New Port”, “Portitalia”, “TCP - Terminal Containers Palermo”, “CSP - Compagnia Servizi Portuali” e la cooperativa “CLPG Tutrone” sono le aziende interessate al provvedimento di sequestro disposto stamattina dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Le cinque società, tutte con sede nel capoluogo siciliano, avevano completamente monopolizzato sia i servizi di trasporto che la logistica e la distribuzione delle merce nei porti stessi. Silvana Saguto, che presiede il Tribunale, ha dichiarato infatti che "ci sono sufficienti indizi per ritenere che le anzidette società siano nella disponibilità effettiva degli appartenenti all'associazione criminosa denominata Cosa Nostra e che le quote siano intestate solo fittiziamente ai titolari, che svolgono la mera funzione di operai". 

I nomi dei collusi - Le indagini hanno fatto emergere un’indecente e abietta realtà criminale: su 218 soci lavoratori della "New Port", 24 sono i collusi, perché indagati o/e condannati per mafia, o perché parenti di famiglie legate a Cosa Nostra. Tra questi sono quattro i nomi che risuonano più spesso nei fascicoli: Antonino Spadaro (64 anni, con precedenti denunce per associazione a delinquere e fratello di un favoreggiatore dei boss Graviano); Antonino Spadaro (omonimo del primo, più giovane, 56 anni e presunto esponente della famiglia mafiosa della Kalsa), Maurizio Gioè (54 anni) e Girolamo Buccafusca (55 anni, con precedenti per traffico di droga, associazione mafiosa ed estorsione). 
Costoro, infatti, avrebbero avuto un ruolo centrale anche nell’organizzazione del cosiddetto piano di ‘restyling’ del giugno 2011, quando il capitale della "New Port" fu trasferito a "Portitalia" e alla "TCP", che allora si prefiguravano come nuove aziende, casualmente costituite non soltanto lo stesso giorno ma anche dagli stessi dagli stessi soci fondatori. Tuttavia, l’operazione sembrò subito sospetta alla Procura a causa delle modalità di pagamento della cessione dei rami aziendali che prevedeva una rateizzazione in 18 anni durante i quali la New Port avrebbe continuato a incassare i guadagni delle attività. Gli investigatori allora, giudicando questa operazione “un mero riassetto formale” volto a eludere l'interdittiva antimafia, applicarono – per la prima volta a Palermo – l'articolo 34 del codice antimafia, grazie al quale poterono sospendere gli amministratori. 

La minaccia mafiosa e il lieto fine - Durante le indagini, è stata recapitata una lettera anonima al capo-centro della Dia di Palermo, il colonnello Giuseppe D'Agata, al senatore Giuseppe Lumia e all'inviato Lirio Abbate del settimanale “L'Espresso”, sul cui sito si legge: “Oggi è stata sequestrata per mafia una delle più grosse società portuali della Sicilia. L’Espresso aveva denunciato le infiltrazioni dei boss il 23 novembre 2010. I soci della New Port si erano sentiti offesi, e dopo aver acquistato una intera pagina pubblicitaria sul Giornale di Sicilia in cui respingevano l’inchiesta de L’Espresso, con tante infamità, hanno pure querelato l’autore. I giudici hanno dato ragione ai mafiosi e oggi il giornalista, che aveva provato le collusioni e i contatti con Cosa nostra dei soci, è sotto processo per diffamazione…”. 

Ma giustizia è stata fatta. Non ci resta che sperare che i porti di Palermo e Termini Imerese possano vivere, da oggi, senza infiltrazioni mafiose di alcun genere.
 
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