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Omicidio Fragalà: Dopo 3 anni e mezzo spuntano i killer

Ancora incerto il movente del delitto

di Natalia Librizzi
cronaca | Era il 23 febbraio 2010 quando Fragalà venne massacrato a colpi di bastone all'uscita del suo studio di fronte al Palazzo di Giustizia di Palermo; ma l’avvocato che aveva tentato fino allo stremo di difendersi avrebbe lottato fino alla fine. Tre giorni dopo, è il 26 febbraio, dopo essere entrato in coma a seguito delle gravissime lesioni cranico-encefaliche da corpo contundente, spira. 

Moltissime le piste battute dagli inquirenti: dal delitto commissionato dai boss emergenti di Cosa nostra all'attività parlamentare, dalla pista Rom o passionale al più ovvio lavoro di penalista. 

Dopo tre anni e mezzo dall'omicidio dell’avvocato palermitano, i presunti killer hanno un nome. Per Francesco Arcuri, Salvatore Ingrassia e Antonino Siracusa sono scattati tre ordini di custodia cautelare, incastrati da un’intercettazione effettuata dalla Polizia nell’ambito di un’altra inchiesta, qualche istante prima della brutale aggressione al legale palermitano. 

Alle 19.09 Siracusa è insieme ad Arcuri e Ingrassia: i primi due sono ritenuti affiliati al mandamento di Porta Nuova, il terzo graviterebbe nella criminalità specializzata nelle rapine. Parlano di posizioni da mantenere e di possibili vie di fuga. Parlano anche del legno, col quale avrebbero dovuto pestare a morte Fragalà e che non era ancora arrivato. 


"Chiddi un turnaru cu ddi cosi i lignu", dice Siracusa e un’ora dopo quell'atroce pestaggio, le telecamere della zona ritraggono un uomo a bordo di uno scooter, un Honda SH 300 bianco, confermando così la versione di un testimone, che si trovava proprio in via Turrisi, il luogo dell’atroce delitto. 

Sul movente però ci sono ancora moltissime incertezze e tanti dubbi. Due sono le ipotesi caldeggiate: la prima è quella che accredita il racconto della pentita Monica Vitale, secondo cui Fragalà sarebbe stato ucciso per una questione passionale – avrebbe dato fastidio alla moglie di un suo cliente in carcere. L'altra invece tira in ballo i boss dell'Uditore; il penalista palermitano assisteva infatti Vincenzo Marchese e Salvatore Fiumefreddo, sotto processo per avere fatto da prestanome al capomafia appunto dell'Uditore, Nino Rotolo. Durante il dibattimento, i due indagati nonché clienti di Fragalà avevano reso delle confessioni, che forse non piacquero a Rotolo. 


 
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