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Fiat: continua la polemica con il vescovo 'violento'

La casa automobilistica accusa il vescovo di Nola, reo di essersi schierato con i manifestanti. Arriva oggi la risposta di monsignor Depalma: 'i complici dei violenti siano tutti coloro che stanno rinchiusi nei loro fortini'

di Luca Castrogiovanni
politica | Prima la storica sentenza della Consulta che da ragione alla Fiom, poi il rifiuto del presidente della Camera Boldrini di visitare lo stabilimento Sevel in Val di Sangro. 
Pochi giorni fa è arrivata la risposta all'azione del vescovo di Nola, reo di aver manifestato durante la protesta di alcuni operai davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Pomigliano. Gli operai esprimevano il loro malcontento contro i sabati di recupero imposti dai vertici dell'azienda, in accordo con i sindacati; monsignor Depalma ha sposato la loro causa, subendo però dai vertici di Fiat l'accusa di essersi schierato “dalla parte dei violenti e prevaricatori ”. 

Nella lettera inviata dal direttore dello stabilimento campano, oltre alle accuse, si invita il vescovo a visitare la fabbrica, dove ci sono “3.200 lavoratori degni quanto gli altri della sua solidarietà ”; nella stessa lettera, Giuseppe Figliuolo esclude la possibilità di partecipare all'incontro organizzato dal prelato con tutti i sindaci della zona. 
La protesta risale allo scorso 15 giugno, quando un gruppo di operai cercava di spiegare ai colleghi i motivi per cui era giusto astenersi dal lavoro; il motivo era da ricercare nei sabati di recupero imposti dalla fabbrica, ma è più ampiamente sulla violazione dei diritti il dibattito, di cui la casa torinese si sta ormai rendendo protagonista. 

Lo scorso 3 luglio è arrivata la sentenza della Consulta che ha dichiarato illegale l'articolo 19 circa la rappresentanza sindacale che Fiat riconosce ai soli firmatari del contratto. La fuoriuscita da Confindustria ha infatti permesso a Marchionne di stipulare contratti “personalizzati”; e in questo senso va configurato il rifiuto della presidente della Camera Laura Boldrini di recarsi presso l'abruzzese Sevel, parlando di “ribasso sui diritti” da parte di Fiat. 
L'abbandono dello stabilimento di Termini Imerese, investimenti sbandierati in Italia ma mai di fatto avviati, oltre che le continue minacce di lasciare il Paese, dimostrano come ormai sia scemato quell'appeal che un tempo ruotava attorno alla casa automobilistica. 

E intanto questa mattina è arrivata la risposta del vescovo di Nola: “No, dottor Figliuolo, io non sto dalla parte dei violenti, né volontariamente né, come dice lei. Un vescovo, un pastore, non è un dirigente di un'azienda: quando vede e sente uomini gridare, ha l'obbligo morale di andare a vedere e sentire con i suoi occhi e con le sue orecchie ”. 
La lettera  di monsignor Depalma continua con l'affermazione che i violenti sono coloro che rimangono chiusi nelle loro posizioni: “E' questo un gesto di complicità con i violenti e la violenza? O è complice chi non c'è, chi si assenta, chi si nasconde dietro le proprie intoccabili e solide rendite di posizione? Credo che i complici dei violenti siano tutti coloro che stanno rinchiusi nei loro fortini sperando che la burrasca passi senza bagnarli”. 

Che questa continua ricerca nell'innescare polemiche non sia per Fiat la scusa per fare nel resto del Paese ciò che è avvenuto a Termini Imerese.
 
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