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Il ruolo della Chiesa e dei suoi educatori nella lotta contro la mafia

Palermo coinvolge 10 mila ragazzi

di Natalia Librizzi
politica | Si è svolta oggi, presso il cinema Rouge et Noir di Palermo, il quarto incontro del “Progetto educativo Antimafia 2012 - 2013”, organizzato dal Centro Studi “Pio La Torre” e avente come titolo: "L’antimafia della Chiesa. Dal silenzio all’impegno esplicito delle Chiese locali e della gerarchia". 

Ospiti, oltre gli studenti palermitani, 84 scuole italiane (per un totale di quasi 10 mila ragazzi) dalla Lombardia alla Sicilia orientale, dalla Liguria al Lazio, toccando la Toscana, collegate in videoconferenza con la sala, a testimoniare che la mafia è una malattia, la cui morsa tentacolare incancrenisce tutta l’Italia e per questa capillarità malata ma diffusa bisogna informarsi e lottare insieme. 
L’incontro si apre, infatti, con le parole del moderatore Vito Lo Monaco, il quale ricorda l’invettiva pronunciata il 9 maggio 1993 da Giovanni Paolo II, proprio nel territorio siciliano, nella Valle dei Templi, contro la mafia, definita “civiltà contraria” e “della morte”, nemica di Dio. 
E proprio sull’inconciliabilità tra la mafia (e, di conseguenza, ogni genere di potere criminale) e la Chiesa, tra la scelta di vivere nell’illegalità e la scelta di un vivere cristiano focalizzano l’attenzione i primi due relatori: Domenico Mogavero (vescovo di Mazara del Vallo) e Gianfranco Matarazzo (gesuita, direttore dell’Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” - Palermo). Entrambi concordano, infatti, quando affermano che “chiesa e società civile sono due realtà che insistono nel medesimo territorio e non possono trovarsi su due fronti contrapposti” perché la lotta alla mafia “non è una lotta concorrenziale”; anche la realtà più lontana, “la provincia più profonda” che la storia ci ha presentato, quasi per un malvagio determinismo ambientale, più facilmente ricattabile della realtà metropolitana, si muove in questa direzione, fregiandosi non di eroi ma di persone comuni, “ordinarie”, dirà padre Matarazzo, “di educatori come Don Pino Puglisi, il quale ha saputo dimostrare che la normalità, se curata, arriva a grandi risultati”. Con Giuseppe Carlo Marino (docente di Storia all’Università di Palermo) il dibattito si inoltra in una delle pagine più buie della Chiesa: la connivenza con la mafia negli anni Cinquanta. Lo storico ricorda la definizione che Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo, diede della mafia (un fenomeno folkloristico, inventato dai comunisti per condurre la loro campagna di propaganda contro la Chiesa) e descrive il criminale Calogero Vizzini (il “capo dei capi” di Cosa Nostra) che, essendo “ben attrezzato nei rapporti di vertice con la gerarchia ecclesiale”, divenne il simbolo di quella che potremmo definire anacronisticamente “alleanza trono-altare”. Questa riflessione concretamente laica, fatta dal professore senza scandalo o falsi pudori, ha colpito tanto l’auditorio che il dibattito si è allargato ad altre questioni, facendo così scoprire una realtà giovanile quanto mai interessata e curiosa. 
Si è discusso, per esempio, delle dimissioni del Papa, “un atto di grande semplicità e coraggio” secondo il vescovo di Mazara del Vallo; dei privilegi fiscali di cui gode la Chiesa, concessi perché essa opera per la pubblica utilità; di Berlusconi e del connubio con il potere ecclesiale non omogeneo a riguardo; delle primavere arabe e del flusso di 68 mila immigrati giunti in Italia lo scorso anno. 


Per ritornare alla mafia, che “non è più lo spavaldo che si può chiamare mafioso, ma è l’aria grigia che sta maturando tra la criminalità e la società civile”, il braccio armato della classe dirigente, dice padre Matarazzo, “che causa i cosiddetti dissesti finanziari e dichiara il fallimento dei comuni, che causa la malasanità e cumula rifiuti su rifiuti” e per ridare speranza ai giovani, a cui nessuno può rubare un futuro migliore e ampi orizzonti. “Il futuro della mafia siamo noi”, grideranno i giovani di Bagheria e di Casteldaccia il prossimo 26 febbraio non soltanto per ricordare, trent’anni dopo la prima marcia popolare contro la mafia nel “triangolo della morte”, il sacrificio di uomini come La Torre, Falcone, Borsellino, Di Salvo, Dalla Chiesa, i magistrati Terranova, Costa, Chinnici, ma anche per dare un monito alla classe politica del nuovo Parlamento dal momento che la sconfitta definitiva delle mafie dipende dalla politica stessa perché la mafia è questione politica.
 
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