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Le Taranto di Sicilia

L'Ilva non è un caso isolato, viaggio nelle città siciliane che vivono gli stessi problemi di Taranto: partiamo da Gela

di Luca Castrogiovanni
politica | Gli ultimi mesi hanno visto i riflettori puntati sulla questione Ilva di Taranto, ponendo al centro del dibattito la questione lavoro-salute; in territori fortemente penalizzati da un elevato tasso di disoccupazione, pur di salvaguardare quei posti di lavoro si è stati spesso inclini a chiudere gli occhi sulle questioni inerenti la salute dei cittadini. 

L'Ilva ha avvelenato Taranto per decenni garantendo però lavoro, la politica purtropo non è mai stata in grado di garantire il diritto al lavoro e quello alla salute contemporaneamente, per questo motivo la chiusura dell'acciaieria con la conseguente disoccupazione, diventa inevitabile per non ammalarsi di tumore. 
Ma anche la Sicilia ha le sue questioni tarantine, in realtà la nostra terra ha già visto pure il rovescio della medaglia; la Fiat di Termini Imerese non ha chiuso per questioni ambientali, ma il destino dei lavoratori è quello che toccherebbe a chi lavora in quelle realtà ed attività dal forte impatto ambientale, condizionando la salute dei residenti. I riferimenti alle raffinerie presenti sull'isola sono fortemente voluti, Gela, Priolo e Milazzo sono città gemellate da questo punto di vista con Taranto, disoccupato o ammalato è la scelta comune che i cittadini di queste città devono fare. 

Analizzare oggi la questione gelese non è casuale e vuole essere un invito per il presidente Crocetta, che questa realtà la conosce bene, affinchè certe tematiche vengano messe nell'agenda regionale, dato che dalle ultime dichiarazioni sui futuri programmi ed investimenti, questa parte di Sicilia sembra esclusa. Aspettare che sia la magistratura a bloccare, legittimamente, l'attività inquinante è un errore che non bisogna commettere, a maggior ragione perchè il polo industriale di Gela attraversa una grave crisi. I 50 anni di attività dello stabilimento sono stati festeggiati con la chisura delle linee 1 e 3 e la cassintegrazione per molti dipendenti, investimenti sbandierati che rimangono solo sulla carta e che evocano vecchi fantasmi. 
Chiudere la raffineria significherebbe mettere in ginocchio l'economia dell'intera città e di tutto l'hinterland: per mezzo secolo l'ENI è stata un'attrattiva lavorativa molto forte se non addirittura l'unica, possibili riconversioni sono pura utopia in un territorio che di petrolio ha vissuto e di cui rischia di morire e la mancanza di infrastrutture è un punto a sfavore per chiunque abbia la minima intenzione di investire. 
La raffineria non può chiudere, ma con un impegno serio, può sicuramente smettere di inquinare, rendere la Sicilia una Regione verde può rappresentare una fonte di sviluppo oltre che di miglioramento della qualità della vita e diritto alla salute dei suoi abitanti. 

In termini di salute, il prezzo pagato dai cittadini è stato già molto alto; Gela, assieme a tutto il suo circondario, vanta il triste primato di un'incidenza tumorale molto sopra la media nazionale, non rari sono i casi di malformazioni alla nascita. "L'acqua gialla" che arriva nelle abitazioni dal dissalatore che nella raffineria ha sede, rappresenta una delle gravi problematiche (sicuramente incide una conduttura idrica antica e quotidianamente perforata da furti d'acqua) a cui i cittadini che pagano l'acqua come potabile, devono sottostare.

Non affermiamo che la raffineria sia colpevole di tutto questo, semplicemente poniamo un lecito dubbio dal momento in cui è l'unica realtà industriale presente sul territorio. Sarà la magistratura, che ha aperto un'inchiesta, dove sono già state iscritte 17 persone nel registro degli indagati, a cercare le responsabilità, la Regione si è costituita parte civile, segno che certe problematiche sono sicuramente note, anche se magari poco affrontate. 
Prima di far scoppiare un altro caso ILVA, sarebbe auspicabile maggiore lungimiranza, investimenti massicci, soprattutto sulle infrastrutture, affinchè questo lembo di Sicilia divenga più appetibile agli investimenti, che le gravi carenze in fatto di strade, ferrovie, aeroporti non siano un pretesto per lasciare ancora più isolata questa parte di territorio. 

Il piano d'investimenti presentato dalla regione nei giorni scorsi ha escluso la parte meridionale dell'isola da ogni progetto, di certo non un buon segno, puntare su uno sviluppo eco-sostenibile potrebbe essere un suggerimento, in un territorio da troppo tempo devastato ed avvelenato, che ha pagato troppo a caro prezzo il bisogno di lavoro.
 
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