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Lassissi, una carriera spezzata tra infortuni, misteri e stregoni

La storia di chi con il calcio che conta, credeva di farcela e invece si è dovuto inginocchiare al cospetto della sfortuna e di una personalità particolare

di Manuel Proietti
#Controcalcio | Un ivoriano in Polonia. Non è un libro, tantomeno una commedia americana con protagonista Eddie Murphy. È la storia vera di chi con il calcio europeo, con il calcio che conta, credeva di farcela e invece si è dovuto inginocchiare al cospetto della sfortuna e di una personalità particolare; quella stessa personalità che probabilmente lo porterà spesso anche a pensare di essere dalla parte del giusto. 

Ce lo immaginiamo adesso, Saliou Lassissi, che esce dalla sua casa nei dintorni di Skromnica, quartiere semisconosciuto, ad una quarantina di chilometri da Lodz. E chissà se nella sua mente, sorseggiando un caffè necessario per smorzare il freddo polacco, rivivono ancora i flash di quella serata maledetta, datata 7 agosto 2001. Tutto era bello. La Roma scudettata aveva deciso di assicurarsi le sue prestazioni, difensore classe 1978, falloso ma straordinariamente fisico e dotato anche di una discreta tecnica. Parma e Fiorentina non credevano più in lui, ma la dirigenza giallorossa lo acquistò con la speranza di far esplodere la sua fame dirivalsa. L’Olimpico era vestito a festa per la presentazione della squadra, in un’amichevole contro il Boca Juniors: “La Curva Sud acclama i suoi campioni” recitava uno striscione. Con quel tricolore sul petto, Saliou, si sentiva un po’ anche lui protagonista di quel successo. Fabio Capello addirittura lo fa partiretitolare. La partita scorre bene, la Roma vince e Lassissi convince, poi l’ivoriano va a recuperare una palla sulla linea dell’out, semplice, pronta per essereappoggiata all’indietro; dietro di lui, però, va in pressing Antonio Daniel Barijho, attaccante degli argentini, che azzarda l’intervento nel tentativo di rubarela sfera. Saliou cade a terra e già dalle immagini in diretta si capisce che la sua serata da sogno si stava trasformando in incubo. Torsione innaturale della gamba, mani sul volto e trasporto immediato in ospedale. La diagnosi è delle peggiori: frattura di tibia e perone, stop minimo di 5 mesi. E l’incubo non durerà mesi, ma anni. La riabilitazione è travagliata. Il suo procuratore Caliendo con il passare del tempo punterà il dito contro la società giallorossa ed il medico sociale Mario Brozzi, rei a suo parere di essersi letteralmentedimenticati del suo assistito. Ma il carattere di Lassissi è particolare, l’abbiamo già detto: la leggenda narra di un suorifiuto dell’agopuntura perché troppo simile ad un rito Voodoo e addirittura di una sua fuga successiva dal Policlinico Gemelli nel tentativo di farsi curare da uno stregone, con tanto di capanna adibita ad ambulatorio. Lasciata alle spalle l’avventura giallorossa ci riprova nel 2004: girovaga per l’Europa tra Bellinzona, Nancy e Daoukro senza però mai sporcarsi gli scarpini sul manto verde. Prova a rilanciarsi e decide di giocare nel 2007 con l’Entente, squadra militante in CFA 2, la quinta divisione dei campionati francesi. Riesce a ritrovare, anche se per poco, il sorriso sul campo da gioco, disputando 14 partite condite da due gol. Anche qui però qualcosa va storto e si rompe il rapporto con la squadra transalpina. Riemergono le smanie di quando, ai tempi della Sampdoria, la squadra che l’ha lanciato in Italia, ilimiti caratteriali ed i nervi deboli lo fecero incappare in cinque giornate di squalifica. Tentò di aggredire l’arbitro, reo di averlo espulso, e colpì più volte il malcapitato compagno di squadra Palmieri, accorso per calmarlo. Decide così di appendere gli scarpini al chiodo nel giugno del 2008, ma tre anni dopo ci riprova per l’ennesima volta. 
Molti ne perdono le tracce mentre lui si stabilisce nella fredda Polonia, lontana dal caos del calcio che conta, tanto diversa dalla calda Costa D’Avorio che non ha mai dimenticato. Viene tesserato dal Sokol Skromnica, militante nella B-Klasa, campionato dilettante, quasi amatoriale, nel quale non ci sono retrocessioni. 
Ce lo immaginiamo adesso, Saliou, che finisce di bere il suo caffè e parte in macchina verso l’allenamento con quel sorriso appena accennato, sornione e un po’ malinconico, di chi a 33 anni non è ancora venuto a patti con i suoi fantasmi.
 
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