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Intolleranze alimentari: scienza o puro business?

L'argomento è da tempo oggetto di discussione, a causa della confusione che vige tra la gente ed anche in alcuni professionisti. Cerchiamo di chiarire alcuni aspetti

di Antonino La Monica
Da domani mi metto a dieta... | Le intolleranze alimentari sono da tempo oggetto di discussione, a causa della confusione che vige nella maggior parte della popolazione generale ed anche in alcuni professionisti. 

Alcuni medici già nell’antica Grecia avevano descritto casi di reazioni avverse agli alimenti, ma i primi studi condotti con rigore scientifico sono datati agli inizi del XX secolo.
Per tentare di capirne un po’ di più dobbiamo sapere, almeno in breve, cosa sono le intolleranze alimentari. 
La definizione di intolleranza alimentare è riferita alle reazioni avverse agli alimenti che si manifestano da qualche ora a qualche giorno dopo la loro assunzione e a differenza delle allergie alimentari, non sono legate alla produzione di una classe particolare di anticorpi IgE (responsabili delle reazioni allergiche). 
I sintomi comprendono diarrea cronica, gonfiore addominale, vomito, meteorismo, crampi addominali, emicrania, ma a volte sono sovrapponibili con quelli di un’allergia alimentare (come episodi di orticaria, prurito alle labbra o alla lingua). 
L’allergia è invece espressione di una risposta abnorme del sistema immunitario, contro un alimento innocuo, ma riconosciuto come dannoso in alcuni soggetti predisposti. I sintomi tipici delle allergie alimentari si manifestano qualche minuto o, al massimo, qualche ora dopo l’assunzione dell’alimento responsabile. 

Al contrario di quanto possiamo pensare, poche sono le intolleranze alimentari riconosciute in campo medico e quindi classificate dall’Accademia Europea di Allergologia e Immunologia Clinica: 

• l’intolleranza al lattosio definisce un quadro di ridotta capacità di digestione del lattosio (zucchero contenuto nel latte), a opera dell’enzima lattasi; 

• l’intolleranza al glutine, una disfunzione intestinale che si manifesta quando il corpo non tollera il glutine (insieme di proteine presente nel grano, nella segale, nell’orzo, nell’avena, nel kamut e in altri alimenti); 

• le intolleranze farmacologiche, ad esempio alimenti ricchi in amine biogene come istamina, tiramina, feniletilamina;

• l’intolleranza agli additivi alimentari, come ad esempio conservanti e coloranti. Sono queste le intolleranze riconosciute con test validati per diagnosticarne la presenza. 
Tutti le altre intolleranze riscontrate con altri test (non validati) non spiegano scientificamente la base dell’intolleranza.

Attualmente i test validati che permettono l’identificazione delle intolleranze alimentari sono: il breath test o test del respiro per l’intolleranza al lattosio, il dosaggio di anticorpi specifici ed esame endoscopico per l’intolleranza al glutine e test diagnostici utilizzati anche per le allergie alimentari per l’intolleranza farmacologiche ed agli additivi. A questi si sono di recente aggiunti i test genetici per valutare la presenza d’intolleranza al lattosio o al glutine, grazie a specifici geni o polimorfismi. 

Negli ultimi anni però, la “moda speculativa” sulle intolleranze, ha portato alla nascita di test non validati (a volte facendo a gara sul numero di alimenti analizzati, fino a 500). Tra questi troviamo il Vega test, il Citotest, il test DRIA, il test del capello, il test iridologico e tanti altri test dai dati dubbi e discordanti. 

Attenzione quindi ai test non validati, poiché potrebbero causare possibili carenze nutrizionali (visto che a volte vengono esclusi tantissimi alimenti in modo assolutamente errato) e/o possibile induzione, soprattutto nei giovani, ai disturbi del comportamento alimentare, oltre che ritardare una possibile diagnosi da parte di uno specialista se quel che si scambia per intolleranza è una manifestazione secondaria di una patologia primaria. 

Biologo Nutrizionista
 
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