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On The Road

Con Kerouac, lungo la strada...dell'anti-successo.

di Dario Russo
Metti una sera al cinema |

NOME: On the road
PAESE: Stati Uniti 
ANNO: 2012
GENERE: Road-movie 
REGIA: Walter Selles

Ho sempre avuto a noia quelli che alla fine del film sentenziano puntualmente l'ineluttabile condanna: sì, però il romanzo è molto meglio. Ma non mi dire. Come stare sotto a una tempesta di neve imbottiti di lana e avvertire l'esigenza di comunicare che c'è freddo. A meno che non si abbia a che fare con Kubrick, o con poche altre eccezioni che confermano, il romanzo è molto meglio per definizione. Il regista Walter Selles, in una carriera fino a oggi poco brillante, deve gli sprazzi della sua fama a I DIARI DELLA MOTOCICLETTA, con la sceneggiatura di Jose Riviera. I due adesso tornano insieme e si imbarcano nella trasposizione consapevolmente suicida di un romanzo che non poteva in nessun modo diventare un film e che, al tempo stesso, non poteva non diventarlo: SULLA STRADA, Jack Kerouac. (Che sia finalmente venuto anche il momento del Giovane Holden?!). Leggenda vuole che Kerouac abbia scritto il suo capolavoro autobiografico in preda al raptus creativo nel giro di tre settimane su un rotolo di carta attaccato con lo scotch. L'immagine è di certo suggestiva, nessuno può dire quanto sia vera. Sta di fatto che il leit-motiv di questo caposaldo della letteratura beat statunitense sarà proprio la “frenesia”. Una fuga furibonda dall'inseguimento di nessuno, nella quale si corre a duecento miglia orarie, con la soffocante sensazione di restare sempre fermi, con un sassofono scordato che ti forsenna le tempie al termine di una giornata di lavoro. Se la volontà del regista era di portare sul video queste stesse sensazioni, si può dire che il film sia ben riuscito, così che, allo stesso modo del romanzo, è un lavoro che si bea della libertà redimente del non curarsi di piacere. Sal Paradise (alias lo stesso Jack Kerouac), Dean Moriarty (lo scrittore Neal Cassady) e Carlo Marx (il poeta Allen Ginsberg), armati di droghe, alcol e automobili rubate, si buttano sulla strada della vita per andare incontro, anzi in scontro, alla festa orgiastica della devastazione. Quello che ne esce è un turbine del non capirci più niente. Un'aggressione in gomma piuma contro Propp e la necessità di un conflitto narrativo, contro la banalità e l'originalità, contro tutti i lettori o spettatori e contro se stessi. Un anti-assalto monoemozionale che ti vince per sfinimento. Un'operazione che si fa forte del tuo non poterne fare parte. Che scorre sotto ogni cosa come il sistema fognario di una città e nel momento stesso in cui vorresti criticarlo, ti rendi conto di stare accusando le fognature di essere sporche. Ogni tipo di giudizio, positivo e negativo, viene lanciato dal finestrino della macchina in corsa e nello stesso tempo in cui viene espresso è già rimasto indietro di chilometri. E quindi non resta di accettare il tutto così per com'è, sospendere ogni opinione e godersi lo spettacolo, sperimentando un giro di otto volante nel non-sense. Perché criticare chi si comporta da incompreso, significa solo fare il suo gioco. Dare del fallito a chi si nutre di fallimenti, lo rinforza. Esattamente come tutte quelle persone che usciranno dalle sale sdegnate, annoiate, deluse. No ho idea se il film sia bello quanto il romanzo, in fondo non so neanche se il romanzo sia bello o no, (certo se è arrivato intatto e inscalfibile dagli anni '50 ad oggi un motivo ci sarà), dubito fortemente che il film godrà della stessa fama e soprattutto della stessa longevità, ma davvero mi chiedo se sia poi così importante. Sicuramente importante non lo è stato per Viggo Mortensen (nel film Old Bull Lee, alias niente meno che William Borroughs) e Steve Bushemi (nel film un commesso viaggiatore omosessuale) che pur di entrare nel cast hanno ben onorato il ruolo di comparse da cinque minuti. Stessa cosa per Kirsten Dunst e Kirsten Stewart (rispettivamente Camille e Marylou) che lasciano lo scettro delle protagoniste per accontentarsi di fare da sfondo al riuscito trittico di semi-sconosciuti Sam Riley (Sal Paradise), Garrett Hedlund (Dean Moriarty - unica nota oggettivamente orribile, il doppiaggio da crooner della sua voce), Tom Sturridge (Carlo Marx). In conclusione un documento esistenziale, più che un film. Un documento destinato a non piacere. E che ne gode. Un invito a nozze per i criticoni, che abboccheranno tutti. Il giusto omaggio al poeta di una vita che brucia lungo la strada dell'anti-successo.  

VOTO: Sospensione del giudizio.       

 
Commenti (1)
scritto da Eugenio il 16-10-2012 19:11:47
 
Bell'articolo! Ma il voto è troppo generoso.
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