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Non sottovalutate la LADY GIULIA BAND!

Convincente performance di Giulia Cristofalo e compagni al Jayson Irish Pub

di Dario Russo
Narrativa è | Di tanto in tanto, peregrinando per le lande vespertine della movida panormita, capita di imbattersi in qualche rognosa cover band dai volumi roboanti che annienterà al tuo tavolo ogni possibilità di confronto sulle implicazioni della psicoanalisi freudiana nell’opera di Svevo e della quale, troppo addentro a Sakamoto e Keith Jarrett, ignoravi beatamente l’esistenza. Tuttavia, di tanto in tanto, ti capita anche di scoprire che, canzone dopo canzone, bicchiere dopo bicchiere, quella cover band facinorosa e impertinente, tutto sommato, ti sia perfino piaciuta! Ed è quello che è successo venerdì, al Jayson Irish Pub, con le Lady Giulia’s Band, quintetto locale composto da Emanuele Rinella alla batteria, Massimo Calì al basso, Dario Pacera e Simone Campione alle chitarre e Giulia Cristofalo, da cui il nome, alla voce. 

L’estemporaneità di questo articolo non messo in preventivo mi espone ad una totale impreparazione cronobiografica sulla vita della band. Tutto quello che so, lo scopro tramite la pagina Facebook, dove, per onor di cronaca, si legge che “la Lady Giulia Band nasce nel 2006, dall’incontro di alcuni musicisti palermitani, ognuno dei quali…realizzare un progetto versatile…accontentare i gusti di tante generazioni…formazione elettrica e acustica…pub, ristoranti, wine-bar…”. Effettivamente, dalla descrizione che il gruppo offre di sé, non c’è niente che giustifichi quella distinzione dalle rognose cover band di cui prima. Eppure, venerdì sera, qualcosa deve aver funzionato talmente bene da avermi inchiodato oggi davanti al PC nel tentativo di capire cosa. 

A dispetto di un nome dai richiami astrologici (Lady Giulia) che lascerebbe presagire il one man show di una chiromante megalomane, la band affonda le basi in un comparto musicale solido e strutturato. Il sound dei quattro, prescindendo dalla voce, risulta infatti coalizzato in un muro sonoro compatto, energico ma non grossolano, anzi articolato quando serve, ma senza scadere in superflui narcisismi. Ne emerge un paesaggio armonico ideale per un front man maschile muscolare ed aggressivo, magari prossimo al rock quello duro, quando invece, dai quattro si staglia, come un orsacchiotto di peluche in un magazzino impolverato, una cantante acqua e sapone tutta gioia e buonumore. Un attrito, questo, che sorprendentemente funziona e conquista, e non in ultimo perché lei, Giulia, la ragazza della porta accanto, ha proprio una bella voce, e soprattutto, sa come usarla. In evidente stato di esaltazione emotiva, Giulia sembra un'Heidi sotto acido lisergico che dimenandosi per il palco ribalta la scena e calamita su di sé l'attenzione dell'intero locale. 

Un repertorio in principio prevalentemente pop e ai limiti del ruffiano, tra Adele e Rihanna, nel corso della serata deraglia in un gradevole e ben gestito amarcord di rock anni '80 con omaggio a Michael Jackson, attraversa un'eccellente Madness dei Muse e raggiunge picchi ragguardevoli con una brillante rivisitazione della compianta Amy Winehouse dove Giulia e il resto della band sembrano dare il meglio il sé. Poi qualcosa da rivedere sicuramente c'è, magari nel rapporto con il pubblico verso il quale Giulia, rapita nel suo autistico Stendhal musicale, rivolge troppo spesso le spalle, mostrando quasi un maggiore interesse per le dinamiche interne del suo stesso gruppo. Ma al di là di questo una serata convincente e da ripetere, un gruppo di amici/musicisti che prende la cosa molto seriamente, ma che non si prende troppo sul serio. Un gruppo che, questa volta al pari di altri, meriterebbe maggiore attenzione non solo da parte del pubblico ma anche e soprattutto da parte di quella rete di apparati discografici, produttori ed etichette di cui Palermo sembra ancora un po' troppo carente. 

E una città che fino al mese scorso si arrogava la candidatura a “capitale europea della cultura”, non può permettersi di queste lacune.


[Foto: Barioland]
 
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