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A Roma la crisi dell'ippica in primo piano: la chiusura di Tor di Valle segna la fine di un'epoca?

Un mondo fatto di scommesse, rischi, storie a volte anche eroiche nel senso epicamente tragico del termine, vite consumate con una bolletta in mano, tra cialtroni, millantatori, re per un giorno e...

di Fabio Belli
Voci dalla capitale | Era quasi un mondo parallelo, quello che scorreva di fianco alla vita "normale" della Capitale. 
Un mondo fatto di scommesse, rischi, storie a volte anche eroiche nel senso epicamente tragico del termine, vite consumate con una bolletta in mano, tra cialtroni, millantatori, re per un giorno e "miliardari senza una lira e gente senza una lira miliardaria", parafrasando il film che, pur scivolando efficacemente nella farsa, ne ha rappresentato l'esatta iconografia: "Febbre da cavallo". 
Stiamo parlando del mondo dell'ippica, un ambiente in crisi a livello nazionale, che a Roma però sta segnando l'estinzione di tutta una serie di riti e di un vissuto ormai scandito dalle ultime malinconiche corse. E a poco servono le proteste: l'ultima, eclatante, ha visto i lavoratori del settore bloccare la circolazione nelle strade adiacenti lo storico ippodromo delle Capannelle. Strade in tilt, ma oltre a questo, difficilmente la situazione di chi ha investito un progetto di vita sull'ippica cambierà. 
E' successo tutto in fretta, soprattutto pensando a cosa accadeva di questi tempi, un decennio fa: ventimila persone in delirio sulle tribune dell'ippodromo del trotto capitolino, Tor di Valle, ad applaudire forse il più grande fuoriclasse indigeno di tutti i tempi, Varenne. 
Ora, stalle chiuse, desolazione, il poco interesse spostato in pratica esclusivamente sul galoppo, alle Capannelle. Tor di Valle presto neanche ci sarà più: l'area è stata scelta per far sorgere il nuovo stadio di proprietà dell'AS Roma, un progetto che, considerando anche i possibili "ritardi all'italiana", difficilmente andrà oltre i cinque anni di gestazione. Ma non bisognerà aspettare la demolizione per assistere alla parate dei fantasmi dei tempi che furono: a Tor di Valle la chiusura è già una realtà, ed i tempi di Varenne, delle quattro riunioni a settimana, sono terminati. 
Tempi di un ippodromo gremito di gente, e di un'atmosfera composta non solo da giocatori incalliti, con il loro carico di aneddoti, simpatia ma anche a volte di tensioni, ma anche e soprattutto da famiglie con bambini che potevano giocare in uno spazio verde. 
La mancanza di investimenti ed il costante calo dell'interesse, dovuto anche ad un intasamento progressivo del calendario delle corse e a tutta una serie di scandali, dal doping alle corse truccate, che hanno scosso l'ambiente, hanno causato il lento, costante, inesorabile declino. 
Ora, cinquanta lavoratori di Tor di Valle sono già senza lavoro, il trotto in Italia contava su una nutrita schiera di "afecionados", ma è il galoppo a provare un'ultima, disperata resistenza. D'altronde i numeri della crisi del settore in Italia sono come detto generali: proprio la scorsa settimana millecinquecento manifestanti si erano dati appuntamento a Roma sotto la sede del Ministero dell'Economia per protestare contro i tagli e la mancata erogazione dei finanziamenti da parte degli enti preposti. 
La chiusura di Tor di Valle segna comunque la fine di un'epoca irripetibile: l'ippica forse saprà reinventarsi, ma i copioni scritti pensando a certe storie, personaggi e ambienti non torneranno più.
 
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